4. La Comunità ebraica moderna

Risale al 12 dicembre 1524. Gli ebrei espulsi dalla cattolica penisola iberica e dai territori soggetti alla corona spagnola potevano vivere all'interno dello Stato ecclesiastico

Il 12 dicembre 1524 papa Clemente VII (1523-1534) ratificò i “Capitoli” redatti da Daniele da Pisa e così decretò la nascita dell’Universitas Hebraeorum Urbis, ovvero la prima Comunità ebraica di tipo moderno. Da Pisa era un banchiere toscano incaricato di redigere una sorta di statuto comunale che regolasse la vita degli ebrei di Roma. Non a caso tale mansione fu a questi demandata da un pontefice appartenente alla casata fiorentina de’ Medici (Giulio Zanobi di Giuliano).

Infatti, i papi medicei erano ben consapevoli del ruolo rivestito dagli ebrei in campo economico e culturale nella Toscana rinascimentale e vollero utilizzare le loro competenze per le necessità dell’Urbe, una città in grande crescita e che aveva visto con favore il recente arrivo degli ebrei sefarditi.

Il paradosso fu notevole: gli ebrei espulsi dalla cattolicissima penisola iberica e dai territori soggetti alla corona spagnola potevano vivere tranquillamente all’interno dello Stato ecclesiastico. Altrettanto paradossale fu il fatto che l’accoglienza da parte degli ebrei locali (divisi in collettività diverse come quelle italiane, francesi e tedesche) non fu delle migliori e i conflitti determinati dalle rivalità si acuirono notevolmente.

Pertanto, i “Capitoli” ebbero il compito di definire le modalità di relazione tra le diverse componenti ebraiche. Attraverso i “Capitoli” erano gestiti i rapporti con la Sede Apostolica, con le autorità civili e con le altre comunità. Sul piano interno, le strutture dell’Universitas amministravano, tra l’altro, il fisco e l’ordine pubblico, soprattutto nel difficile periodo del ghetto (1555-1870).

Il complesso rispecchiava la stratificazione sociale tipica dell’Antico Regime. Infatti, le cariche di maggior prestigio spettavano ai banchieri ma avevano ruoli significativi anche i mercanti possessori di grandi e “mediocri” ricchezze mentre i poveri non potevano candidarsi in nessun caso. A questo proposito, va ricordato che le suddivisioni classiste erano tipiche anche del mondo non ebraico dell’epoca. Durante il periodo della reclusione la compagine ebraica così organizzata seppe far fronte ai problemi di sussistenza di una parte considerevole della popolazione del ghetto, fronteggiare crisi sanitarie come quelle determinate dalla peste del 1656 e garantire la tenuta identitaria contro le pressioni conversionistiche di istituzioni come la Casa dei catecumeni.

Questo mondo scomparve con il periodo dell’emancipazione (1870-1938) che diede vita alle strutture comunitarie di tipo contemporaneo e con esso si dissolsero tutte le sue modalità di relazione e i processi identitari associati alla vita dell’Universitas Hebraeorum Urbis. Ma questa è un’altra storia.

Claudio Procaccia

fonte: shalom.it